Sono trascorsi oltre dieci anni dall’uscita di “Chrysalide”, l’album in studio più recente della band RosaRubea, attiva nell’area di Milano. In questo arco di tempo, Daniela Bedeski – fondatrice e cantante del progetto, nonché insegnante ed esperta di astrologia – ha trasformato il gruppo in un collettivo aperto e sperimentale, capace di coniugare suono, parola e ricerca spirituale in modo del tutto originale. Ora i RosaRubea tornano con “Biancanæve”, un album che traduce in immagini sonore la mitologia, il lutto collettivo e la ricerca di rinnovamento, arricchendo il tutto con strumenti inediti quali oud, sassofono e fisarmonica. Di questo lavoro, ma anche di numerose altre collaborazioni (passate e presenti) e di molto altro ancora, parliamo nell’intervista che segue..
U. Finora sei stata intervistata raramente nei paesi di lingua tedesca: ti piacerebbe raccontarci come è iniziato il tuo percorso nella musica, e in particolare nel canto? C’è stato un momento o una fase particolare della tua vita in cui hai capito che la musica era per te più di un semplice interesse?
D. La musica è parte della mia vita da sempre: da che ho memoria di me bambina ricordo un mondo fatto di suoni; attraverso i suoni entravo in sintonia con il tutto, suoni che erano musica, voce, parole, sillabe, toni. Dal giradischi o dal mangianastri uscivano le voci di alcuni cantanti italiani, Adriano Celentano, Nada, Patti Pravo, Ornella Vanoni, Milva, Dalidà, Caterina Caselli, Mia Martini: le loro voci mi stregavano; non perdevo una Canzonissima, programma di gara canora italiana di allora. Attraverso i suoni il mondo si trasformava, e io con lui: prendeva un senso. Cominciai presto a esibirmi, vincendo la mia timidezza: in colonia estiva, a sei anni, mi misero subito al microfono su un palcoscenico, dinnanzi a un migliaio di bambini. Fin da piccola, registravo tutto, brani che interpretavo, dialoghi che recitavo impersonando vari ruoli, suoni della natura. A scuola organizzavo spettacoli, con balli, canti, coreografie. Da adolescente ebbi altre folgorazioni: Patti Smith mi entrò nel sangue. La musica da sempre mi chiama: chiamiamola DAIMON.
U. Insegni anche lingue. In che modo il tuo rapporto con le lingue influenza la tua attività di cantautrice?
D. Le lingue, al pari della musica, da sempre mi ammaliano: da bambina apprendevo anche queste con molta naturalezza; per me era normale parlare in italiano piuttosto che in inglese, semplicemente ripetevo ciò che sentivo; il suono delle lingue straniere ha sempre esercitato un grande fascino su di me. Una lingua è un mondo, il ponte verso un mondo altro; quando compongo, generalmente parole e musica nascono insieme, come un tutto, così, a seconda di ciò che sento di voler comunicare, una canzone nasce in una lingua – inglese, francese, italiano, talvolta tedesco – che per me risuona con la sua musica. Altre volte, decido di interpretare un brano altrui nella sua lingua originale, e in questo caso si può trattare anche di lingue che non conosco bene, ma le cui parole riesco comunque a pronunciare.
U. Come è nato il tuo progetto musicale principale, RosaRubea, e qual era l’idea artistica alla base?
D. RosaRubea nacque nel suo nucleo originario embrionale come duo, tra Pino Carafa, compositore di musica elettronica, e me, intorno al 2008 quando, nel mese di settembre di un anno sabbatico, portai con me al mare in Liguria alcune musiche di Pino, cui cominciai ad aggiungere melodie e parole, anzitutto in francese; altri testi, in inglese, erano di autori che amo, come T. S. Eliot, da un verso del quale prende il titolo l’album di debutto di RosaRubea, “The Fire and The Rose”; altri ancora sono mie poesie in italiano, musicate.
Quello fu un momento della mia vita in cui, già attiva da lunghi anni come interprete con la Camerata Mediolanense e altri ensemble, avvertii una particolare urgenza espressiva, complici senz’altro esperienze assai dolorose di perdita, lutti, perciò molto spontaneamente prese vita il progetto RosaRubea. Si trattava di una volontà di dare forma e voce a un desiderio di comunione con il mondo che andasse al cuore del processo trasformativo di nascita-morte-rinascita dell’essere.
U. Il nome RosaRubea allude chiaramente al simbolismo alchemico. Che significato ha per te? Tali temi hanno giocato un ruolo significativo anche in alcune canzoni dell’album di debutto “De L’Amor Sospeso E De L’Amor Rubeo”.
D. La trasformazione è un leitmotiv nella mia vita; in realtà lo è nella vita in generale, di chiunque, solamente la maggior parte non ci fa troppo caso, non ci si sofferma, oppure vive in modo più statico e superficiale l’esistente o si accontenta di lasciarvisi attraversare senza abitarlo davvero, se non a tratti. La RosaRubea è la Rubedo alchemica, ovvero la fase che precede la trasformazione del metallo vile in oro: allude dunque a un momento fondamentale nel processo di trasformazione della materia che, in alchimia, va di pari passo con la trasformazione dello spirito, poiché i due non sono affatto disgiunti, in direzione di un centro vivo e pulsante; non a caso ottenere l’Oro alchemico al termine di un delicato e sapiente processo di trasformazione per l’alchimista significa ottenere l’elisir di lunga vita, che è forse la consapevolezza di essere uno con il cosmo, in trasformazione, verso sfere più alte. “De l’Amor sospeso e de l’Amor rubeo” non è tuttavia l’album di debutto di RosaRubea, bensì una mia raccolta di poesie musicate in collaborazione con Cropcircle e illustrate dal fu pittore Massimo Bertocchi e dalla digital artist Valentina Mangieri; certamente il tema della metamorfosi con il suo processo di nascita-morte-rinascita anche qui è fondamentale.
U. Attualmente stai lavorando a un nuovo album intitolato “Biancanæve”, che uscirà entro la fine dell’anno, undici anni dopo il tuo album “Chrysalide”. In che modo il nuovo lavoro si differenzierà dal precedente e in che modo si ricollega agli elementi a te familiari? La tua prospettiva artistica è cambiata in modo significativo da allora?
D. Non credo che la prospettiva artistica di fondo sia cambiata, l’urgenza espressiva è la medesima, con il desiderio di comunicare e condividere, e l’idea di fondo che fare arte trasformi tanto chi la crea quanto chi ne fruisce. Vero è che del tempo è passato da “Chrysalide”, dunque io stessa, noi stessi abbiamo attraversato esperienze, individuali e collettive, che ci hanno segnati, e questo penso si percepisca nel nostro nuovo lavoro. “Biancanæve” ha mangiato la mela avvelenata, in questo nostro tempo più che mai malato; la strega è un’idra acefala che miete sangue, il corpo urla da ogni parte, il velo protegge, come già il bozzolo della Crisalide, e prelude a una rinascita. Rispetto al precedente lavoro, in quest’ultimo la parola, non di rado tra il parlato e il cantato, si cerca ancor più poiché, come canto in uno dei brani, “The reason fails, I think that music cannot tell the hell we’re going through.” (“La ragione vien meno, penso che la musica non riesca a dire l’inferno che stiamo attraversando”). Nuove lingue si affacciano in “Biancanæve”, in cerca di un incontro con una nuova musica. Qui la dimensione collettiva si è dilatata: dalla “Chrysalide” si è partorita la farfalla e cerca una comunione più ampia, più fonda, più alta.
U. Hai accennato al ruolo di nuovi strumenti come l’oud, il sassofono e la fisarmonica, e hai anche parlato di nuovi registri vocali. In che modo questi elementi hanno modificato il suono di RosaRubea?
D. In “Biancanæve” rispetto a “Chrysalide” in generale vi è una presenza molto più significativa dell’elettronica – ad opera dell’eccellente Yann Turrini – cui gli strumenti che citi si integrano o si alternano a mo’ di contrappunto, come richiami a un’arcana tela di fondo da tessere nuovamente, un mosaico da ricomporre, fatto di diverse identità, culturali e stilistiche, che non si contrappongono, ma divengono parti di una composizione corale, collettiva, a volte segnando tuttavia momenti di un lirismo più intimo; in questo caso, per esempio, il pianoforte ha un ruolo importante: da un paio d’anni ho ripreso i miei studi di piano, perciò mi sono spesso accompagnata ad esso e alcuni brani, che in questo disco ho voluto suonare io stessa, sono proprio nati da mie poesie in seguito musicate. Rispetto a “Chrysalide”, mi sento di dire che la ricerca sonora si è fatta maggiore, a volte in direzione di un’asciuttezza inedita, altre dell’intreccio strumentale e vocale.
U. Quali temi personali e collettivi incontreremo nell’album?
D. Preferisco non svelare troppo circa le tematiche dell’album, certamente posso dire che in modo naturale si è generato un percorso circolare, dal personale al collettivo al personale; entrambi sono fortemente legati, tuttavia, come penso si percepirà. Voci dal passato, più lontano e più recente, intessono l’album. E mi sento di aggiungere che “Biancanæve” è un album senza tempo figlio del nostro tempo.
U. La tua musica in “Chrysalide” spaziava in un ampio ventaglio di generi, a metà strada tra la musica da camera, la psichedelia e la chanson. Questa apertura stilistica era intenzionale fin dall’inizio, oppure si è sviluppata in modo più organico? Sospetto che se ne possa ancora percepire una parte oggi, forse persino in misura maggiore.
D. Quando si crea non si va intenzionalmente in una direzione, semplicemente si è chiamati a tessere una trama che misteriosamente si genera con noi: l’apertura stilistica è una cifra che ci contraddistingue, come RosaRubea, e probabilmente lo si percepirà in misura ancora maggiore nel nuovo lavoro.
U. Descriveresti RosaRubea come una band stabile con una formazione definita, o piuttosto come un progetto aperto con collaboratori che cambiano nel tempo? Quali musicisti sono coinvolti nelle registrazioni questa volta?
D. Nel corso del tempo RosaRubea si è rivelata quello che ora amo definire un “collettivo musicale sperimentale elettro-acustico”, dunque senz’altro un progetto aperto, il cui nucleo centrale tuttavia da anni è costituito da alcuni musicisti stabili nell’organico: oltre a me, naturalmente, che del progetto sono promotrice, Yann Turrini, con un ruolo importante di arrangiatore, all’elettronica, Ermanno Fabbri, talentuoso e assai sensibile chitarrista, qui alle prese anche con l’oud, e Zeno Gabaglio, il mago del violoncello, acustico ed elettrico, con cui vibriamo da sempre in risonanza per affinità nella sperimentazione. In “Biancanæve” inoltre abbiamo accolto lo straordinario batterista e percussionista Fabrizio Carriero, l’immenso Nadio Marenco alla fisarmonica, la versatile Azzurra Buccoliero, in arte Nebüla, al sassofono, che ci ha offerto tra l’altro la sua intensa seconda voce nella title track, l’originale, fantasioso musicista e cantautore Pier Adduce, che da un paio d’anni a questa parte ci accompagna dal vivo in veste di chitarrista (e armonicista), insieme a Ermanno, e che qui ha dato il suo apporto con l’armonica a bocca e con la chitarra slide; nel disco, poi, alternandosi a me al piano, si è unito l’attento e assai collaborativo Federico Martinoni, che da un anno si è unito stabilmente al progetto. È possibile si aggiunga almeno un altro collaboratore di gran pregio, poiché i lavori non sono ancora chiusi, ma naturalmente non lo diamo ancora per scontato.
Desidero infine menzionare i collaboratori alla grafica e all’immagine, poiché RosaRubea è in effetti un progetto multimediale: l’immagine di copertina e gli acquerelli in “The Fire and the Rose” sono del fu pittore Massimo Bertocchi, le straordinarie realizzazioni fotografiche in “Chrysalide” sono a firma Luca Baldi, mentre tutto il progetto grafico di “Biancanæve” è opera dell’eccellente Anna Taschini.
U. Oltre a RosaRubea, gestisci anche un progetto con il fisarmonicista Nadio Marenco, incentrato sulla musica popolare europea, soprattutto dei primi del Novecento. Questo progetto è ancora attivo? E cosa ti attrae di queste reinterpretazioni?
D. Certamente il progetto è ancora vivo, si parla anche di realizzare un disco insieme, con la collaborazione di altri valenti musicisti. Nadio ed io ci siamo conosciuti condividendo il palco in un paio di occasioni durante uno spettacolo con Moni Ovadia su David Maria Turoldo in cui, oltre a unirmi come corista all’Ensemble Vocale In…Canto, interpretai come solista “Lili Marleen”, così all’impronta, senza provarla: capii subito che c’era un’intesa straordinaria, complici la rara sensibilità musicale e l’enorme talento di Nadio Marenco. Finalmente intravidi la possibilità di proporgli di mettere insieme un repertorio a me tanto caro, che definii di Kabarett Berlinese, poiché principalmente attinge alle composizioni di Friedrich Hollænder, Kurt Weill, Hans Eisler, anzitutto del Primo Dopoguerra dunque, per spingersi a ridosso e fino in piena Seconda Guerra Mondiale, poi anche oltre; vi aggiungemmo così alcuni brani di autori italiani e russi. Essenzialmente ci interessava riproporre il sapore di un’epoca di grande fertilità artistica e fermento politico-sociale, quale fu quella della Repubblica di Weimar, con la sua irriverente e giocosa ironia e la sua satira graffiante, ma anche la sua vena sottilmente malinconica e tragica; penso qui all’Angelo Azzurro magistralmente interpretato da Marlene Dietrich nel personaggio sensuale e spietato di Lola Lola. I tempi sono cambiati, gli straccioni de l’”Opera da Tre Soldi” non sono più gli stessi, tuttavia le modalità comportamentali fondamentalmente non sono cambiate e l’umanità contemporanea, nell’era della globalizzazione, vive in pieno orrore collettivo, con minacce dittatoriali che sono ormai divenute realtà quotidiana; pertanto trovo molto attuali un Kurt Weill, un Bertolt Brecht, un Hans Eisler.
U. In questo progetto interpreti anche il brano “O Gorizia tu sei maledetta”, che trasmette una prospettiva molto toccante e desolata sulla guerra e sul destino dei soldati semplici. Puoi raccontarci qualcosa della storia che si cela dietro questo pezzo e cosa significa per te personalmente? Il tema, a quanto ho capito, sembra di nuovo attuale, e quando mai non lo è stato?
D. “Gorizia” è un toccante brano di autore anonimo risalente alla Prima Guerra Mondiale. Nata spontaneamente tra le truppe italiane durante la sanguinosa Sesta Battaglia dell’Isonzo per la conquista di Gorizia dove, nell’agosto del 1916, morirono decine di migliaia di soldati italiani e austriaci, la canzone racconta la dura realtà del fronte, a differenza della retorica dell’epoca. Il testo attacca duramente i comandi militari e la borghesia che sosteneva il conflitto, definendo la guerra un inutile spargimento di “carne venduta”. Si dice che chi veniva sorpreso a cantare questa canzone durante la guerra era accusato di disfattismo e poteva essere fucilato all’istante.
“Gorizia” è stata a lungo censurata per la sua natura sovversiva e pacifista. Negli anni è stata poi riproposta e incisa da celebri interpreti della musica popolare italiana, tra cui Giovanna Marini, Lucilla Galeazzi e Rosa Balistreri.
A questo brano sono particolarmente affezionata, come ad altre canzoni antimilitariste e in generale di protesta: le ascoltai da bambina grazie a mio padre, spirito libero e appassionato di storia, e mi colpirono subito, per la loro drammaticità. Sia la famiglia di mio padre che quella di mia madre subirono perdite importanti durante la Seconda Guerra Mondiale.
U. Sei stata la cantante solista della Camerata Mediolanense per molti anni. Come ti ha plasmata quell’esperienza come artista? E il tuo approccio alla musica è cambiato da quando persegui con maggiore determinazione la tua visione artistica con RosaRubea?
D. La Camerata Mediolanense è stata una parte importante della mia vita, quasi ventennale la collaborazione con loro; certamente si è trattato di un’esperienza a tutto tondo, che ci ha coinvolti come artisti, come amici, con cui si sono condivisi momenti di alta intensità creativa, episodi buffi o drammatici, della nostra gioventù; con alcuni di loro ci si conosceva dai tempi dell’università, ci accomunavano studi, gusti, interessi, affinità elettive, viaggi a Londra, tutto l’universo “gothic” e sotterraneo, le sperimentazioni musicali percussive e canore: il percorso effettuato insieme ha segnato un lungo tratto di vita, anche di vita milanese, appunto, di una Milano che ora ha cambiato decisamente volto. Come artista tutto questo mi ha attraversata; negli anni con loro in modo molto naturale sul palco penso di avere restituito vocalmente, fisicamente, scenicamente la potenza e l’intensità della loro musica. Elena è una compositrice di grande sensibilità e talento; interpretare la sua musica, che fosse cantando le parole di Petrarca o di Dante o Torquato Tasso, mi ha sempre piacevolmente messa alla prova, vocalmente mi sono messa in gioco nel registro lirico di soprano ma anche in quello di contralto, ho trovato una mia voce, ci ho giocato, calandomi sempre in quelle note, in quelle parole. Pensavo così a indossare gli abiti che si confacessero a quell’atmosfera, alla gestualità che la restituisse. Ho preso confidenza con il palcoscenico, che già non mi era estraneo, ma dove con la Camerata, in giro per l’Europa, specie per la Germania, ho ritrovato di volta in volta le mie tante voci, mentre il pubblico mi restituiva la propria energia, il proprio plauso.
Con RosaRubea, che è il mio progetto, da una quindicina d’anni a questa parte, pur con lo iato che ci separa dall’ultimo disco, “Chrysalide”, del 2015, mi sono confrontata anche con l’aspetto compositivo, oltreché con quello canoro e scenico: ciò ha significato andare più in profondità nel mio animo, nelle esperienze che mi hanno direttamente segnata nella vita, tentare di trovare talvolta una pacificazione a dolori o lutti personali che frattanto acquisivano così una veste simbolica e più ampia, e nel contempo nell’espressione di una ricerca di senso che oggi, come dicevo, si fa più vasta, collettiva. Rispetto alla Camerata Mediolanense, credo RosaRubea sia maggiormente votata a una versatilità e a una sperimentazione di sapore meno “classico”, e ciò costituisce una naturale sfida a guardarci attorno e a interrogarci, anche in musica.
U. Hai studiato astrologia in modo molto intenso e sistematico negli ultimi anni e ora lavori ufficialmente come astrologa. Cosa ti ha spinto a passare da un interesse personale alla pratica professionale? E cosa ti affascina di più delle consulenze astrologiche?
D. La passione per l’astrologia mi accompagna sin dall’adolescenza; più recente è il suo studio sistematico per approfondirne ulteriormente la conoscenza con la conseguente decisione di seguire una scuola italiana e riconosciuta quale è il CIDA (Centro Italiano Di Astrologia) grazie al quale ho ottenuto una certificazione qualificante anche a livello professionale.
Ho sempre avvertito una connessione con il “tutto”, che l’astrologia, sapere antichissimo, ben esprime, nelle sue molteplici sfaccettature e connessioni con altre forme di sapere, ponendo esseri umani e cosmo in profonda relazione: trovo l’indagine astrologica un prezioso strumento di conoscenza di sé, nel rispetto della vita tutta. Una professione, per essere soddisfacente e allineata alle aspirazioni, al pensiero, alla sensibilità di un individuo, occorre sia latrice di senso; l’astrologia, per me, nella dimensione della relazione professionale, è quantomai utile poiché, con il suo ricchissimo linguaggio simbolico, apre nuove strade alla conoscenza di sé nel confronto con l’altro, che è ciò che mi affascina delle consulenze astrologiche: l’emergere di nuove, possibili geometrie dell’esistenza, grazie all’indagine del tempo, del luogo, della qualità dell’energia in campo.
U. Sei musicista, poeta e astrologo allo stesso tempo: queste sono per te forme di espressione separate o parti di un processo artistico-spirituale condiviso?
D. Sono forme di espressione ciascuna con le proprie specificità, tuttavia sono accomunate dal desiderio di dare nuova forma all’essere, creando connessioni: attraverso la musica, la poesia, e anche l’astrologia, noi non esistiamo più soltanto come singoli, ma viviamo in sinergia, oltre che con altri esseri umani, anche con altre forma di esistenza; la musica è numero, relazione numerica tradotta in suono percepita dalla nostra sensibilità, in astrologia la relazione spazio-temporale, anche qui essenzialmente numerica, è fondamentale, la parola poetica ha molto in comune con la musica e con l’astrologia condivide l’uso del simbolo. Tutte queste arti, queste forme di
espressione, sono per me occasione di indagine spirituale, in totale apertura di senso, mai di chiusura.
Intervista: U.S.
Fotos: Anna Lucylle Taschini